Il prossimo Governo dovrà occuparsi anche della spinosa questione relativa alla modifica o meno della tanto odiata L. 30/2003 (o meglio ricordata come Legge Biagi).
Molti italiani sono stati convinti dalla campagna degli anni scorsi che l’insicurezza, l’incertezza e la precarietà di cui molti giovani soffrono oggi siano state causate dalla legge Biagi.
Come giustamente ci ricorda il Prof. Ichino (La Voce.info), dobbiamo convincerci che le radici del problema, cioè del dualismo del nostro mercato del lavoro e della divisione dei lavoratori tra “serie A” e “serie B”, affondano assai più indietro nel tempo.
La legge Biagi, conferma Ichino, ha molti difetti; ma non quello di aver prodotto lavoro precario: anzi, il ministro Damiano se ne è servito proprio per combattere l’abuso del precariato ad esempio nei call center. E quando la sinistra si è messa sul serio a cercare qualche norma della legge Biagi da abrogare in quanto fonte di lavoro precario, non ne ha trovata neanche una!!!!!(il lavoro in staff leasing è lavoro a tempo indeterminato e stabile).
Quindi sostengo quanto dice il Prof Ichino che La legge Biagi non ha affatto consolidato – e nemmeno facilitato – il lavoro parasubordinato nel nostro Paese.
Al contrario la Legge 30 ha imposto che nel settore privato esso potesse assumere solo la forma del “lavoro a progetto”, ponendo dei limiti assai rigidi alla possibilità di utilizzazione di questo tipo contrattuale proprio per evitarne degli abusi.
Come giustamente Ichino ci ricorda, prima di questa legge, ingaggiare una persona come “co.co.co.” non comportava alcuna formalità e poteva essere fatto per qualsiasi tipo di attività lavorativa, a termine o a tempo indeterminato; ora, invece, le formalità per la costituzione del rapporto di lavoro a progetto sono assai complesse e i casi in cui esso può essere costituito legittimamente sono enormemente ridotti rispetto a prima.
Riflettiamoci insieme…….
A presto.
Silvano Veronese detto,
Giugno 11, 2008 @ 5:50 pm
Intanto una premessa relativamente alla denominazione della Legge: fuori dalla “vulgata” trovo erroneo che si continui a chiamarla con il nome del compianto giuslavorista bolognese barbaramente ucciso dalle BR; Marco Biagi, al limite, può essere considerato l’autore di alcuni principi ispiratori della Legge n. 30/2003 ma egli non avrebbe mai condiviso – se fosse rimasto in vita – alcune norme di “precarizzazione” del rapporto di lavoro.
Marco Biagi con il suo “libro bianco” sul riordino e sulla flessibilizzazione del mercato del lavoro si preoccupava di offrire ai giovani e a tutte quelle figure escluse (per vari motivi) dal mercato del lavoro, attraverso nuove e atipiche forme di contratti di impiego, delle opportunità di occupazione a tempo determinato certamente non auspicabili come pratica corrente ma che potevano essere ritenute (come lo sono state) una alternativa (per me “provvisoria”) alla disoccupazione permanente.
Inoltre, per determinate figure che si inseriscono per la prima volta sul mercato del lavoro, pertanto spesso prive di professionalità, queste forme di lavoro “discontinuo” possono rappresentare il “bypass” per un adeguato inserimento.
A conferma di ciò voglio ricordare che il 65-70% di questi contratti, dall’entrata in vigore della Legge n. 30/2003, si sono tramutati in contratti a tempo indeterminato e ad orario normale o pieno.
L’ex Ministro del lavoro l’on. Cesare Damiano ha provveduto con provvedimenti legislativi a cancellare talune tipologie di maggiore “precarizzazione”, definendo anche il “rinvio alla contrattazione tra le parti” per la gestione dell’utilizzo di queste forme di impiego per impedire abusi e degenerazioni attuative.
Per tutte queste ragioni, non mi sembra proprio il caso di parlare di “cancellazione” di detta Legge, che non viene richiesta nemmeno dai Sindacati se non dalle posizioni (minoritarie) più massimaliste della CGIL, anche perché queste forme “atipiche” di impiego sono previste e praticate in tutta Europa.
Il problema vero non riguarda tanto la “qualità” della normativa ma la gestione degli effetti che essa comporta.
In Danimarca, in Olanda e in Inghilterra queste forme di lavoro “discontinuo”, diffuse e praticate da tempo, sono accompagnate da Leggi sociali che prevedono un sostegno al reddito pari a quasi l’80-90% dell’ultima retribuzione per quei lavoratori/lavoratrici che alternano periodi di lavoro (e di retribuzione) a periodi di non-lavoro (e di non stipendio) proprio a causa di queste forme di lavoro discontinuo o “a tempo determinato”.
In Italia abbiamo, invece, un sistema di ammortizzatori sociali (così sono chiamate queste provvidenze a carico dello Stato) decisamente ridicolo. Questo è il vero terreno su cui il movimento sindacale si deve impegnare; equiparare cioè le nostre condizioni di sicurezza sociale rivolte alle fasce più deboli del mercato del lavoro a quelle dei Paesi europei in questo senso più evoluti.
Silvano Veronese
Consigliere Cnel
Amedeo Croce detto,
Giugno 26, 2008 @ 11:33 am
Così come la montagna non va da Maometto, allo stesso modo è assurdo pretendere che sia il lavoro ad andare verso le regole. Marco Biagi – nella elaborazione dei principi ispiratori della Legge 30/2003 che si è concretizzata quando Lui non era più in vita – in fondo, a questa semplice quanto basilare constatazione, si è attenuto, prendendo atto del cambiamento intervenuto negli ultimi anni nel Mdl italiano. Durata del prodotto nei mercati, settori maturi a forte concentrazione operaia, ripetitività del lavoro sono , e diventeranno a breve, un ricordo industriale del passato.
Per questa ragione (ed in modo crescente) il nostro MdL dovrà essere in grado di rispondere tempestivamente alle occasioni che l’economia globalizzata presenterà. Una novità che, già di per sé, implica la necessità di una flessibilizzazione della forza del lavoro (e delle imprese) ancora impensabile nel recente passato.
Ma, proprio nella distinzione tra flessibilità (vero obiettivo di Marco Biagi) e precarietà si gioca la sfida, che definirei riformista, del futuro.
La precarietà, infatti, implica già di per sé, assenza di regole. Al contrario, la flessibilità accompagnata da strumenti idonei (formazione continua, vicinanza tra offerta e domanda di lavoro, etc.) può creare le premesse per una continuità d’impiego.
Dal lavoro ai lavori, questo è l’obiettivo che dobbiamo porci, con un’ultima notazione/correttivo rappresentata dalla necessità di accrescere la fidelizzazione del rapporto tra lavoratore ed impresa.
Un’esigenza ineludibile, non solo ai fini della acquisizione di professionalità, ma anche – e forse soprattutto – come fattore e spinta per la crescita della produttività.
Amedeo Croce
Consigliere CNEL, coordinat. G.d.L. “Mercato del Lavoro”